Massimo Roj

Dodici sedi nel mondo e oltre 160 professionisti tra architetti e ingegneri. Sono questi i numeri di Progetto CMR, l’unico studio italiano nella classifica Architecture Top 100 di BD World Architecture.
Progetto CMR è una società di progettazione integrata presente in 9 Paesi del mondo e fa parte del network European Architects Network. Guidata dall’architetto Massimo Roj, che sin dal principio l’ha pensata come un luogo in cui debbano vivere menti ed esperienze diverse: architettura e impiantistica, interior design, industrial design e sicurezza in cantiere. La redazione di Tracce ha incontrato l’architetto Roj nel suo studio di Milano per capire alcuni aspetti significativi che esprimono la cultura e l’approccio di Progetto CMR.


ABI – nuova sede di Milano

Qual è il significato per Progetto CMR di “progettazione integrata” e quali i vantaggi sia economici (per la committenza), sia di qualità del progetto?
Ho sempre creduto alla progettazione integrata, è un aspetto che mi ha formato sin dall’inizio. Dopo la laurea, ho deciso di fare un’esperienza in un contesto internazionale. Sono andato in Inghilterra a lavorare in una realtà specializzata in office space planning. Questa società aveva appena avuto una commessa in Italia, il Centro ricerche della sede Olivetti a Bari. E così mi hanno inviato sul posto in veste di coordinatore dei vari esperti (architetti, impianti, sicurezza e così via..). Nasce da qui la mia vocazione ad avere una visione globale. Per 8 anni ho lavorato e mi sono formato con questo gruppo. Per cui, quando nel ’94 è partito Progetto CMR ho provato a costruire, con diverse competenze, uno studio trasversale e integrato, una struttura capace di dar spazio a  diverse esperienze. E’ proprio da questa sorta di incontro, dalla condivisione di progetti tra più anime, che a mio avviso si crea ricchezza alle competenze specifiche, che acquisiscono più sensibilità per ciò che non è il proprio ambito: ad esempio i nostri architetti comprendono le logiche dei calcoli, del design d’interior e così via dicendo…

Hedo – Exhibition Centre – Tianjin

I vostri progetti si sviluppano trasversalmente in molti ambiti. In che modo la funzione influenza il progetto stesso?
Quando si inizia a progettare non prendiamo mai la matita e tracciamo la forma. Si parte dall’interno e si va verso l’esterno. Quindi si parte dalla funzione. Bisogna individuare le esigenze non solo della committenza, ma delle persone che utilizzeranno gli spazi. Sia a livello micro, chi vivrà l’ambiente, sia a livello macro, uso del territorio dove il progetto verrà realizzato. Comunque l’uomo è il punto centrale del nostro processo. Uomo inteso come individuo, famiglia, comunità in cui il progetto deve tener conto del contesto e della cultura del luogo. Secondo il mio approccio questa è la strada, non avere edifici identici in ogni parte della terra ma devono essere l’espressione della cultura e del tempo del posto.

Si parla molto di “città sostenibili”. Anche la World Bank finanzia questo tipo di studi per creare un modello di città sostenibile in cui il rispetto del patrimonio storico sia coniugato con l’innovazione architettonica e urbanistica. Dal suo punto di vista, una tendenza concreta o sola utopia?
Non dobbiamo ridurci a pensare alla sostenibilità solo come fattore tecnico (fotovoltaico, geotermia..), è un percorso molto più ampio che coinvolge altri aspetti di cui si deve tener conto: sostenibilità economica del progetto e sostenibilità sociale. Questi sono gli elementi base, a mio avviso, sul tema della sostenibilità. Tra l’altro abbiamo appena realizzato un libro dal titolo “Less ego more eco” per la cui realizzazione abbiamo coinvolto diverse voci del mondo accademico, istituzionale e professionale, a livello internazionale. “Less ego more eco” è un lavoro editoriale che pone la sostenibilità come un tema vero con cui confrontarsi e i tempi sono maturi, sia sul piano della ricerca, sia sul piano dell’offerta di mercato.

Garibaldi Area – Building – Milano

PALL Italia – Building – Buccinasco

Come immagina il futuro dell’edilizia nel nostro Paese?
Sarà difficile trovare qualcosa frutto dell’ingegno di questo periodo. L’architettura di oggi è molto più effimera e transitoria. E’ anche assai difficile sapere oggi ciò che rimarrà nel futuro come traccia avanguardista. Mi auguro non sia come il recente passato, ma soprattutto che non sia come nella rappresentazione di “Blade runner”: un mondo senza luce e senza sole fatto solo di piogge acide.

Qual’è il progetto che non ha ancora fatto e che vorrebbe realizzare…
Ciò che mi è rimasto nella matita è una torre. Una torre più alta di quelle fatte fino ad oggi. Avevamo progettato la torre di Tianjin, Cina. Doveva essere l’edificio più alto del nord della Cina (circa 320 mt.) prima che costrussero il nuovo Shangrila. Abbiamo vinto il concorso ma poi l’edificio non è stato realizzato perché il vincitore, ovvero la società di developer, non è riuscita a liberare tutta l’area.

Tra le pubblicazioni di Massimo Roj ne ricordiamo solo alcune: Workspace/Workscape. I nuovi scenari dell’ufficio (2000); Work Wide Words, Le parole del progetto (2004); Progettare a Misura d’uomo (2007).