Piero Sartogo e Nathalie Grenon

L’inizio non poteva essere migliore. Dopo la formazione accademica Piero Sartogo vive l’esperienza da tirocinante presso lo studio di Walter Gropius, il fondatore della Bauhaus. Da allora un percorso su due binari, architetto e docente, che l’hanno portato ad esprimere il suo pensiero nelle più importanti università americane: la University of Virginia, la Cornell University, la University of Pensylvania, la University of California, la Columbia University. Nell’81, complice l’esposizione Re-Evolution, l’incontro con Nathalie Grenon che li ha portati insieme all’Expo ’85 di Tsukuba, poi all’Expo di Siviglia, oltre che all’Eureka d’Italie a Parigi, Madrid, etc… Dal 1984 Nathalie Grenon diventa Associata allo studio d’architettura di Piero Sartogo.
Noi di Tracce abbiamo voluto dialogare con loro per conoscere da vicino la loro idea di architettura. Ci interessa esplorare la loro grande capacità d’interpretare progetti di identità culturale con una visione a tutto tondo, dalla grande pianificazione urbana, all’organismo architettonico, al design industriale.

Come si può definire il linguaggio espressivo dello Studio Sartogo?
Ogni opera di architettura significativa nasce da un percorso complesso ed articolato che va dalla teoria alla prassi costruttiva, al suo successivo utilizzo. Il nostro processo progettuale è sempre costituito da due fasi che si sovrappongono e che interagiscono nel loro sviluppo: la prima di ordine intellettuale, che tende ad organizzare i dati strategici di fronte al tema posto, onde pervenire ad una stesura razionale di scelte che riguardano fatti anche molto concreti come la funzionalità (infatti l’architettura non può prescindere dalla capacità di rispondere alle esigenze del fruitore); la seconda è quella del talento, che si esercita sviluppando la propria ricerca espressiva in continuità tra un progetto e l’altro nell’arco della propria attività. Uno dei motivi per cui questo processo è straordinariamente interessante e coinvolgente sta proprio nel fatto che noi architetti abbiamo la fortuna di vedere tradotte le nostre idee in manufatti fisici che restano a testimonianza del proprio tempo: questa sfida non si arresta mai.

Gli spazi in cui le persone vivono, influiscono sulle loro emozioni. Quindi le esigenze funzionali della struttura sono elemento sul quale riflettere in fase di progettazione. Quali sono i principi generali in tal senso a cui vi siete ispirati nella progettazione del Centro Conferenze IFAD.
Si tratta di un grande “inscape”, uno spazio ipogeo, fluido e continuo, ove è stato fondamentale creare un rapporto con l’esterno in modo tale da far penetrare la luce naturale nei punti nodali del suo sviluppo. Il progetto, pertanto, realizza una serie di patii di forma ellittica, avvolti da superfici vetrate che accompagnano, segnano, scandiscono la sequenza spazio-temporale dei percorsi tra la reception, le sale di riunioni a dimensione modulabile, la sala delle assemblee, gli uffici, la zona ristorazione e quanto altro. Questo approccio non è soltanto risultato efficace da un punto di vista funzionale ed operativo, ma ha anche valso un importante riconoscimento in quanto primo edificio in Italia ad ottenere la certificazione LEED (Leadership in Energy and Environmental Design).

Ma non solo gli spazi, anche i luoghi hanno la loro importanza. Il vostro lavoro testimonia una grande attenzione, per scelta dei materiali, skyline, tecnologie di costruzione… al contesto dove va ad inserirsi l’opera architettonica. Quali le ragioni di quest’approccio e, dal vostro punto di vista, com’è cambiato il contesto urbano del nostro Paese negli ultimi 40/50 anni.

Non c’è dubbio che le nostre città siano notevolmente cambiate, in quanto intorno ai centri storici consolidati sono cresciuti nel tempo, con successive espansioni periferiche, modelli edificatori che progressivamente si sono sempre più scostati dalla “forma urbis” di origine.
La caratteristica fondamentale della città storica, che del resto possiamo in termini generali classificare come modello della città europea, è composta da una massa solida dell’edificato, nella quale sono ricavati per sottrazione i cosiddetti “vuoti urbani” costituiti da piazze, strade, gallerie, portici e quanto altro riguarda la sfera pubblica della città stessa.
Negli ultimi 50 anni, con un’accelerazione esponenziale, la cintura che ha circoscritto i nuclei storici è divenuta preponderante, dilatandosi lungo assi di sviluppo dettati molto spesso più dalla speculazione immobiliare che dalla pianificazione urbanistica. Non è un caso che le estese periferie, salvo rarissime eccezioni, sono soprattutto dormitori, agglomerati privi di infrastrutture di mobilità e di spazi per la vita associativa, che oggi non sono più costituiti dai vuoti urbani ma, eventualmente da outlet, centri commerciali o multisale cinematografiche ecc. Questi spazi certamente non hanno caratteristiche architettoniche comparabili con gli spazi della città storica. Si tratta di “non luoghi” a scala metropolitana, nuovi poli di attrazione e condensazione della vita associativa.

Da diversi anni il tema della progettazione delle cantine è centrale nella moderna cultura architettonica, che ne pensate?
Noi siamo stati fra i primi in Italia a progettare negli anni ’90 cantine d’autore, cimentandoci con l’incontro tra la modernità e il “luogo”, sempre di altissimo valore paesaggistico.

E proprio l’incontro con i valori paesaggistici ed ambientali dei vigneti è stato uno dei principali motivi di interesse, che ha suscitato in noi il desiderio di sperimentare modalità progettuali precedentemente esercitate soprattutto in contesti urbani. Il territorio agricolo è qualcosa di molto particolare e di molto fragile, facilmente deturpabile, con interventi non opportunamente calibrati in termini di impatto percettivo e non armonicamente in dialogo con le sue morfologie. Indubbiamente oggi la committenza ha sviluppato una grande sensibilità per il progetto di architettura in ambito agricolo e per le cantine di vinificazione firmate: basti pensare che l’impresa di costruzione che ha realizzato la nostra prima cantina nel Chianti, per Badia a Coltibuono, successivamente è stata chiamata a realizzarne più di cinquanta. Il risultato di questa nuova tendenza, sviluppatasi soprattutto negli ultimi quindici anni, è stato l’abbandono degli scatoloni prefabbricati che per anni hanno definito la tipologia della cantina di vinificazione per progettazioni molto più accurate e, nei migliori dei casi, anche di alto valore architettonico.

Tra i vostri progetti troviamo, tra le altre, la Cantina Château Guiraud e la Frescobaldi.  Potete parlarci di quali sono state le scelte e le soluzioni principali per non interrompere il legame con il territorio?

Pensando ai progetti da noi realizzati, potrei citare tre esempi molto significativi in termini di dialogo tra nuova architettura e “genius loci”.


Cantina per Badia a Coltibuono: l’intero sistema compositivo si basa sull’idea di configurare un edificio percorribile, che faccia da contrafforte ad un vuoto ricavato scavando in una piccola collina, in modo tale da accompagnare il processo di vinificazione “per caduta”, su un dislivello di circa 20 metri.
Per la cantina L’Ammiraglia dei Marchesi de’ Frescobaldi, in piena Maremma, abbiamo agito come se un lembo di terra fosse  stato sollevato per aprire una sottile e longilinea fessura nel declivio naturale del terreno: una finestra che inquadra il paesaggio. Questo “segno” ha un profilo curvilineo, segue le curve di livello e quindi continua l’andamento naturale del terreno.
Château Guiraud: il progetto si colloca sulle alture del borgo di Sauternes ove è prodotto il pregiatissimo vino dall’omonimo nome, considerato un vero e proprio “nettare degli dei”.
Châteaux Guiraud con Châteaux d’Yquem costituiscono la crème de la crème di questa assai speciale viticoltura: essi sono ambedue abbracciati da un paesaggio di ondulati filari di viti, caratterizzati da un microclima ideale, per la vicinanza del mare. L’assetto architettonico della nuova cantina, digradando sulle vigne dal piano dello Châteaux, imponente edificio di importanza storica, si configura come un terrapieno che esalta i valori architettonici dell’ensemble, nel quale convivono antico e moderno, artificiale e naturale.

Quando una città necessita di una riqualificazione delle sue parti più degradate, da dove bisogna partire e quali sono gli interventi da evitare.
A questa domanda penso che sia opportuno rispondere con un esempio specifico.
Si tratta della costruzione, da noi progettata, della nuova chiesa del Santo Volto di Gesù nel quartiere della Magliana a Roma, un contesto urbano degradato, privo di centri di aggregazioni e di aree pubbliche di socializzazione, incontro ecc. Il sagrato antistante la chiesa da noi progettato è stato immediatamente interpretato dagli abitanti quale nuova piazza di cui appropriarsi per risvegliare un senso comune di cittadinanza partecipe. Tale esperienza che ci ha permesso di verificare fino in fondo la potenzialità della “progettazione del vuoto”, come strumento di continuità spaziale tra il tessuto urbano e l’organismo architettonico.  L’ampio sagrato è l’elemento fondante del progetto, un vuoto che come una grande “V” si apre simulando due braccia tese verso la città e suggerisce l’idea della città – comunitas che penetra lo spazio sacro. Esso è concepito come un vuoto urbano ricavato per sottrazione dalla massa solida del costruito, come una piazza cerniera tra la città e la chiesa, tra il civile e il sacro; uno spazio di aggregazione e socializzazione, quindi, che diviene punto di riferimento per tutto il territorio. Questa è la più chiara risposta che noi possiamo dare alla ricerca di un’architettura in grado di riqualificare e dare nuovi significati a quartieri periferici nati sull’onda della più aggressiva speculazione immobiliare.

Qual’è la vostra posizione sui nuovi edifici “ecologici” e sulla priorità che molti progetti danno ora all’ambiente.
Nel mondo globalizzato l’identità dei luoghi tende a omogeneizzarsi: l’Italia presenta un elevato grado di differenziazione nel paesaggio “costruito con la mano dell’uomo” e questa nostra caratteristica va preservata. Mi riferisco al sistema dei borghi e delle piccole città dislocate tra Toscana, Umbria e Marche. Anche questa volta un esempio è più significativo di un discorso generale: nel caso della Cantina l’Ammiraglia noi abbiamo poggiato il nuovo manufatto in modo che, in contrappunto con il contesto preesistente, disegnasse con la sua presenza una nuova evidente realtà. Anche questo è un modo, a mio avviso, per interpretare i principi dell’eco-sostenibilità, che non si limitano all’ovvio obiettivo dell’abbattimento energetico. In tal senso, abbiamo affrontato il problema della sottrazione di terreno che le nuove costruzioni normalmente implicano, trasferendo quanto scavato per le fondazioni sul piano di copertura. Questa scelta ha generato, tra l’altro, un microclima ideale al di sotto della copertura grazie al naturale trasudo della terra.

E’ vivo il dibattito, iniziato da diversi anni anche all’interno delle università, sulla differenza tra costruire umido e costruire a secco. E si tratta di una questione delicata soprattutto nel nostro Paese che vanta una tradizione del costruito che dura da secoli. Qual’ è la vostra visione su questo tema.


Avendo lavorato in diverse latitudini e Paesi, ci siamo cimentati, nell’arco degli anni, sia in progetti cosiddetti a secco, tipici ad esempio delle modalità costruttive degli Stati Uniti, sia con il costruire umido, tipico dell’area geografica del Mediterraneo. La tendenza generale, dovuta ai fenomeni di industrializzazione del processo edilizio, è senz’altro verso la costruzione a secco. Anche nella nostra storia progettuale si è verificata questa tendenza di sviluppo, secondo la quale, ad esempio la già citata e recente cantina da poco inaugurata in Maremma è il risultato di un processo a secco con strutture in acciaio e in legno lamellare. Nell’Ambasciata Italiana a Washington, invece, si è operato combinando le due modalità costruttive: una struttura in acciaio, involucro racchiuso da mura a forte spessore, con masonry walls verso l’esterno e cavità strutturali-impiantistiche contenute da superfici in cartongesso (gypsum board e metal studs). In tal modo l’immagine dell’edificio dichiara la sua matrice europea, sfruttando a pieno l’efficienza tecnico costruttiva statunitense. La nostra visione su questo tema, quindi, è quella di architetti che, a prescindere da questioni di principio, operano sempre interpretando il genius loci, che comprende non solo la forma ma anche le modalità costruttive.


Il progetto che non avete ancora fatto…

Una casa tutta per noi, in un luogo in cui progettare senza che i vincoli burocratici e normativi riducano la nostra libertà espressiva …il problema è che questo luogo ancora non l’abbiamo trovato, o forse non abbiamo mai avuto veramente il tempo di cercarlo, nella successione frenetica da un progetto all’altro!

Copyright: Archivio Sartogo Architetti
Foto: Andrea Jemolo, Alan Karchmer, Norman McGrath